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CAPPUCCETTO ROSSO
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CAPPUCCETTO ROSSO
di Charles Perrault
dai 3 ai 5 anni

con Agnese Scotti e Claudio Guain
regia Manuela Capece e Davide Doro
scene compagnia RODISIO 
costumi compagnia RODISIO e Patrizia Caggiati
elaborazioni musicali Davide Doro e Paolo Codognola
oggetti di scena e ombre Silvia Bertoni, Paola Crecchi e Paolo Romanini
tecnico Andrea Bovaia/Dario Andreoli/Alessandro Marsico
assistente alla regia Consuelo Ghiretti
prima rappresentazione: 3 novembre 2011, Teatro al Parco di Parma

“Queste parole vanno pronunciate con voce forte, per far paura.”
Charles Perrault, 1695

Cappuccetto Rosso, nella versione di Charles Perrault, la più antica, ci racconta di un bosco delle meraviglie, dove una bambina bellissima si perde fino ad incontrare il più famelico dei lupi, che la divora.

La fiaba di Perrault termina così, senza una soluzione o una redenzione, ma con una morale.
Italo Calvino parla del Cappuccetto Rosso di Perrault definendola più che una fiaba, una specie di gioco recitativo per “far paura” ai bambini piccoli e dunque per insegnarli a difendersi dalla paura.
E’ proprio in questo concetto che troviamo l’urgenza di raccontare questa storia.

Bisogna portare i piccoli nel bosco, bisogna chiedere loro di attraversarlo e, soprattutto, bisogna far loro incontrare il lupo. Perché non lo dimentichino mai più.
Questa storia, tra le più classiche della tradizione popolare, è una mattanza crudele necessaria alla crescita. Il sacrificio di Cappuccetto Rosso permette, al bambino che ascolta, l’approccio al simbolico del limite, indispensabile nella formazione, oggi più che mai.

In questa storia non c’è un divieto, al contrario c’è un compito da rispettare, un terribile cammino da compiere, addentrarsi nel bosco per arrivare alla casa della nonna.
Ed è proprio la mamma a mandare Cappuccetto Rosso dentro il bosco, è l’adulto che con coraggio e responsabilità chiede al bambino di compiere un percorso di formazione.

Questa storia è un labirinto che fa girare la testa. 
Sono spazi di luce e d’ombra, e poi rosso, tanto rosso da farci smarrire.
Questa storia non può che essere raccontata da un lupo.
Perché solo un lupo può permettersi di raccontare una storia così, secca e cruda, senza ninnoli e con una così forte valenza formativa.

Abbiamo bisogno di tornare ai tempi di Perrault, dove gli adulti parlavano ai bambini con più onestà ed anche le favole erano più oneste.
Abbiamo bisogno di ritornare ai tempi del coraggio, il coraggio di mostrare ai piccoli le strade pericolose, per dar loro la possibilità di riconoscerle.
Si deve oltrepassare il bosco.
Cappuccetto Rosso è una fiaba veloce, senza mezzi termini, che lascia a bocca aperta.

Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa di fronte ad una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo.
Come ci può essere educazione, e dunque formazione, se l’imperativo è l’assenza del limite e del pericolo?

Come si può introdurre la funzione educativa del limite, che dà un senso anche alla rinuncia, se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica dell’appagamento immediato?
Viviamo il tempo in cui la prestazione deve essere sempre positiva, la storia deve avere sempre il suo lieto fine, ma nella realtà le possibilità sono molteplici.
La difficoltà in cui versa ogni discorso educativo è doppia.

Per un verso è difficoltà ad assumere con responsabilità la differenza generazionale, introducendo il potere simbolico dell’interdizione.
Per un altro è difficoltà a trasmettere il desiderio da una generazione all’altra, è difficoltà nel dare testimonianza di che cosa significhi desiderare.

Una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità del desiderio.
La favola di Cappuccetto rosso andrebbe raccontata non solo con voce forte come consiglia lo stesso Perrault, ma tutta d’un fiato, di corsa, per non lasciare spazio a domande tanto ingenue quanto sconvenienti.

Perché la mamma di Cappuccetto rosso la manda nel bosco da sola?
Perché non dà a Cappuccetto rosso nessun avvertimento?

Decidere di raccontare questa favola in teatro, senza stravolgerne il piano narrativo, significa innanzitutto porsi quelle domande ingenue e sconvenienti.
Cappuccetto rosso non è più metafora di genere, diventa oggi simbolo di un’età dell’innocenza, che si riferisce alle bambine, come ai bambini, che soli e senza strumenti si trovano sempre più pericolosamente vicini al bosco degli adulti.

Bisogna entrare in una scatola nera, per perdersi, come in un labirinto.
Il nero è il colore più importante in questa storia, è un nero che sospende, un nero profondo che sostiene i due personaggi.
L’uomo e Cappuccetto rosso sono disegnati in maniera netta, sono raccontati con pochi tratti marcati e carichi di significato, non hanno bisogno di altro.
E’ il nero che li definisce.

Calvino ci dice che la favola di Cappuccetto rosso serve come monito, per far paura, per spaventare i bambini.


Per non fuggire da questa responsabilità, abbiamo usato il teatro nella sua grandezza.
Ogni passaggio narrativo è carico di estrema teatralità, ed è questa drammatizzazione a dare al bambino la possibilità di vivere la paura e superarla infine.

Questa storia va raccontata ai bambini piccoli.
Sono loro, infatti, che si lasciano rapire e che, durante lo spettacolo, si stringono, si abbracciano l’un con l’altro per farsi forza. 
È un rapimento necessario, indispensabile alla crescita e alla formazione. 
Ogni volta, dopo la scena più drammatica della storia, quando il Lupo mangia Cappuccetto rosso, c’è un silenzio magico, intenso e carico di significato.
I bambini restano in silenzio, come sospesi.
E’ un silenzio maturo, consapevole del superamento di una prova, è un silenzio emozionato ed emozionante.
Con il coraggio dell’innocenza, i piccoli si lasciano portare nel bosco, a bocca aperta guardano da vicino la crudeltà del Lupo che divora Cappuccetto rosso, rapiti affrontano il buio fino alla fine.
E alla fine si liberano.

Hanno oltrepassato il bosco, hanno superato il nero, e ora hanno la forza di gridare che no, loro non hanno avuto paura!



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