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Largo Otto Marzo, 9/a
43100 Parma (IT)
Dal 2 al 8 Giugno  - 21:15 h.
MARGUERITE E JULIEN
La regista de "La guerra è dichiarata" porta in scena una sceneggiatura romantica scritta per Truffaut
Altre Lingue:     
gio. 2 ore 21.15 MARGUERITE E JULIEN (v.o. con sott.)
ven. 3 ore 21.15 MARGUERITE E JULIEN (v.o. con sott.)

sab. 4 ore 21.15 MARGUERITE E JULIEN (italiano)
dom. 5 ore 18.30-21.00 MARGUERITE E JULIEN (italiano)
mer. 8 ore 21.15 MARGUERITE E JULIEN (v.o. con sott.)

MARGUERITE E JULIEN

(Francia, 2015 - 110’)

Regia di Valérie Donzelli


Quando nel 2012 è uscito anche in Italia “La guerra dichiarata”, dopo l`incredibile successo ottenuto a Cannes e nelle sale francesi, abbiamo conosciuto un`autrice nuova, un`ottima scrittrice e uno sguardo -  un “secondo sguardo”, per ricollegarci alla nostra rassegna sul cinema al femminile -  capace di mischiare dramma profondo, risate inaspettate, amore e politica post nouvelle vague. Quel film Valérie Donzelli l`aveva scritto ed interpretato insieme all`ex compagno Jérémie Elkaim raccontando la storia vera della malattia del figlio neonato. Simbolicamente, si erano ribattezzati come personaggi Romeo e Giulietta, il bimbo Adamo.

Da allora Valérie ha realizzato altri due lungometraggi: “Mains dans la main” e “Marguerite et Julien”, molto criticato a Cannes 2015 per il suo soggetto. Questo: Julien e Marguerite de Ravalet, figlio e figlia del Signore di Tourlaville, si sono amati teneramente fin dall`infanzia. Ma mentre crescono, il loro affetto vira verso una passione vorace. Scandalizzata dalla loro storia, la società li perseguita fino a quando, incapaci di resistere ai loro sentimenti, fuggono. Una favola moderna sul desiderio, passione, speranza, amore e morte. Una storia senza tempo, al di là di ogni moralità.

Trovare questo film anche nelle sale italiane è una vera sorpresa e, per quanto amiamo il cinema della Donzelli, una scelta immediata per l`Edison, anche per la disponibilità nel formato originale francese con sottotitoli.


INTERVISTA A VALÉRIE DONZELLI


Qual è l’origine di
Marguerite e Julien?

Per questo progetto ho voluto girare un film che non fosse ispirato alla mia vita, come i precedenti. Volevo adattare qualcosa. Quando ho letto la sceneggiatura che Jean Gruault scrisse per Francois Truffaut, mi è stato subito chiaro. Sono rimasta subito incantata dalla storia e ho deciso che quello sarebbe diventato il mio prossimo film. Era l’adattamento di una storia vera, c’era una verità dietro. Ho scoperto poco dopo che a Tourlaville esisteva ancora il castello dei Ravalet, quindi sono stata in grado di gestire il processo creativo come ho sempre preferito: partire dalla realtà per creare un racconto di fantasia. Solo che questa volta sono partita da una realtà che non era mia.

La storia si basa su fatti realmente accaduti ma il film si sposta verso la fantasia fin dall’inizio. Non è del tutto fedele alla storicità degli eventi.

Ho voluto fare un film di una certa larghezza, con una dimensione di fantasia. Un film di cavalleria e avventura, un film per tutti. Sentivo che questa storia conteneva tutti i temi a me cari: amori impossibili, fusione, l’idea di trattare l’amore come se fosse una malattia o come il destino. Volevo girare una vera tragedia. Volevo creare qualcosa di nuovo, per quanto riguarda la forma stessa del film - qualcosa che non esisteva - quindi non avevo nessun riferimento al quale ispirarmi. Fin dall’inizio ho rifiutato l’idea della ricostruzione storica, alla quale non ero assolutamente interessata. Al contrario, volevo la libertà di inventare un mondo, partendo però da elementi reali: il castello, la famiglia Ravalet, i fatti storici… L’idea era quella d’incarnare una leggenda, anziché riportare eventi realmente accaduti.

Da dove nasce l’idea del film, fatta di anacronismi e prestiti da diverse ere?
È stata costruita dopo un processo molto lungo. La scrittura ha richiesto molto tempo, così come la preparazione. Hanno preso forma poco a poco, dopo lunghe discussioni con Charlotte Gastaut, la mia collaboratrice artistica, Jérémie Elkaïm, il mio co-sceneggiatore e co-regista, Céline Bozon, direttrice della fotografia, Manu de Chauvigny, lo scenografo ed Elizabeth Méhu, la costumista. È stato un duro lavoro di gruppo. Ho voluto fare un film senza tempo, che non fosse legato a un’era in particolare, radicato nel mondo delle “favole” ma senza appartenergli completamente. È stato difficile, perché non c’erano dei riferimenti preesistenti. Poiché la storia esisteva già, ho voluto fare un film in cui la forma avesse un ruolo predominante. Le mie linee guida vengono da Cocteau: “La storia non è altro che la realtà deformata, mito della falsa rappresentazione”. Ho voluto creare qualcosa d’immaginario che potesse essere incarnato sotto ogni aspetto, così da avere la sensazione che i personaggi fossero veri, di stare con loro nel castello, di sentire il profumo di Madame de Ravalet e sentire il vento e lo scricchiolio delle assi di legno del pavimento. Un film sensoriale… un 3D senza occhiali!

Il film si regge su questa tensione " tra la storia vera e la forma che tende verso la fantasia" dal momento in cui la storia è narrata da una delle giovani ragazze dell’orfanotrofio, interpretata da Esther Garrel. Non siamo mai sicuri che lei stia raccontando la storia vera o se il tutto sia frutto della sua fantasia?

Ho pensato che sarebbe stato molto interessante giocare con le varie forme di narrazione. Esther Garrel, la leader delle ragazze dell’orfanotrofio, racconta i fatti reali, ma anche quelli falsi, semplicemente per guadagnarsi l’attenzione delle altre, per intrattenerle raccontando loro una storia che fondamentalmente vera, ma che lei abbellisce. Ogni storia, dal momento in cui la racconti, deforma la realtà perché dai una tua interpretazione. Per il cinema è lo stesso: nel momento in cui riprendi, tu deformi la realtà, ma un’altra realtà riemerge. Il film è una sorta di matrioska tra narrazione e cinema.