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ARENA TEATRO AL PARCO
TEATRO - NON DOMANDARMI DI ME, MARTA MIA...
La drammaturga Katia Ippaso e il regista Arturo Armone Caruso si interrogano sulle implicazioni profonde della relazione tra Pirandello e Marta Abba, che emerge dal carteggio tra lo scrittore e la sua Musa. Un amore impossibile e una vicenda complessa, rivissuta nel corso di una drammatica notte, cui dà voce e corpo Elena Arvigo. Lo spettacolo ha debuttato nella cornice di spicco del Napoli Teatro Festival.
Altre Lingue:     
20 luglio ore 21.30
Arena Teatro al Parco


PIRANDELLO/ABBA
NON DOMANDARMI DI ME, MARTA MIA
intorno al carteggio Luigi Pirandello - Marta Abba

di Katia Ippaso
con Elena Arvigo
regia di Arturo Armone Caruso
assistente alla regia Giulia Dietrich
musiche originali MariaFausta
scene Francesco Ghisu
disegno luci Giuseppe Filipponio
image designer Elio Castellana
produzione Nidodiragno/CMC

“Non domandarmi di me, Marta mia…” si situa in un preciso punto del tempo, il 10 dicembre del 1936, data della morte di Luigi Pirandello, e in un preciso punto dello spazio, New York, dove Marta Abba stava recitando al Plymouth Theatre di Broadway. Quella sera, dopo aver fatto al pubblico l’annuncio dell’improvvisa scomparsa di Pirandello alla fine dello spettacolo, Marta Abba si trova da sola nella sua camera di Manhattan, non molto distante dalla Fifth Avenue, di fronte alla cattedrale di St.Patrick. Legge l’ultima lettera che Pirandello le aveva scritto, solo sei giorni prima della sua morte, nella quale non accennava minimamente alla sua malattia.
Nella calma allucinata di quella notte, dopo la rappresentazione, Marta si trova a dover fare i conti con il suo passato. L’attrice ha portato con sé le lettere che negli anni le ha scritto Pirandello dal 1926 al 1936 ma anche quelle che lei aveva indirizzato al suo Maestro. Le sparge sul letto e sul pavimento, vi si immerge, e rievoca così la loro storia, la storia di un rapporto elettivo, agli altri segreto e in una qualche forma incomprensibile, “un fatto d’esistenza”, annotava Pirandello in una lettera del ‘29. Rispetto al personaggio forte e risoluto del carteggio, emerge in Marta Abba, col favore delle tenebre, una nota di vulnerabilità, una maggiore solitudine di donna. L’irruzione improvvisa della morte, non può non influenzare l’interpretazione del passato, facendo vacillare le certezze e portando la protagonista a farsi delle domande che non si era mai fatta prima. E’ una notte di veglia, in cui si fa vivo non solo il fantasma di Pirandello ma vengono chiamate a raccolta anche le immagini fantasmate di tutte le eroine pirandelliane (dalla Tuda di “Diana e la Tuda” alla Donata Genzi di “Trovarsi”, fino alla contessa Ilse de “I Giganti della montagna”) che il grande scrittore aveva inventato per lei, per la sua Marta.
(Katia Ippaso)

Note di regia
Nell’oscurità, una presenza sonora, incandescente. New York, gli anni trenta, la “Città all’impiedi” di Céline. Una lanterna magica accende vorticose immagini notturne, quasi un divertissement, ma minaccioso. Un teatro d’ombre, la città in movimento, lettere, foto in bianco e nero, estratti filmati, nuvole che si addensano. Anche la camera dell’albergo newyorkese di Marta Abba è un caleidoscopico comporsi e scomporsi di forme: inquadrature che inseguono il fluire del testo e della tessitura musicale. Dall’ombra, emerge come in un lampo, fascinosa, l’attrice: Marta Abba.
“È giovanissima, di meravigliosa bellezza. Capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca. La bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride, ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e avvivi ogni cosa”. L’amarezza e la gioia, il fantasma e la realtà, il personaggio e la maschera. Nella notte, precipitati “d’improvviso, brutalmente in un’altra
era, in un altro tempo, più tenebroso”, chi è che ci parla? Pirandello attraverso Marta Abba o Marta Abba attraverso Pirandello? L’uno e l’altra. Incarnati.
In un viaggio notturno attraverso i passaggi di una corrispondenza dalla quale affiora pulsante l’emozione, l’attrice, dando una precisa tonalità orfica al testo, fa emergere il lungo, intenso e per tanti versi doloroso rapporto tra Luigi Pirandello e la sua attrice musa, Marta Abba. I temi dell’impossibile fusione amorosa, del senso dell’arte, di cosa si vale realmente, della vecchiaia inesorabile, della morte e della forma, anche quella dell’arte, che soffoca la vita irrompono sulla scena lasciandoci al termine dello spettacolo con il sentimento di una irrimediabile perdita, di una minaccia incombente.
Luigi Pirandello e Marta Abba si allontanano all’infinito nella glaciale notte newyorkese, alla frontiera tra la vita e la morte, all’alba dell’immane catastrofe, di un’epoca buia che lo stesso Pirandello sentiva avvicinarsi.
(Arturo Armone Caruso)


RASSEGNA STAMPA/estratto recensioni
Il testo odierno, la sobria regia di Arturo Armone Caruso, e in particolare l’interpretazione di Elena Arvigo, mostrano una donna sostanzialmente fredda, dedita in primo luogo al suo mestiere, che esercita con lucida competenza […] questa Marta recita brani del suo debutto, la Nina del Gabbiano di Cecov, e del suo primo trionfo pirallendiano come la Figliastra, e lo fa con competenza, ma soprattutto con un bel controllo delle proprie emozioni.
(Masolino D’Amico - La Stampa, agosto 2019)

In un viaggio notturno attraverso i passaggi di una corrispondenza dalla quale affiora pulsante l’emozione, l’attrice dando una precisa tonalità orfica al testo, fa emergere il lungo, intenso e per tanti versi doloroso rapporto tra Pirandello e la sua attrice musa, Marta Abba. I temi dell’impossibile fusione amorosa, del senso dell’arte, di cosa si vale realmente, della vecchiaia inesorabile, della morte e della forma […] irrompono sulla scena lasciandoci al termine dello spettacolo con il sentimento di una irrimediabile perdita, di una minaccia incombente.
(Tiberia de Matteis - Il Tempo, agosto 2019)

Un personaggio in continua ricerca quello di Marta Abba, magistralmente interpretata da Elena Arvigo che ha saputo cogliere tutte le sfumature di una personalità così singolare come quella dell’attrice.. […]
(Luisa Del Prete - EroicaFenice.it, luglio 2019)

Lo spettacolo riesce fino in fondo ad avvicinarci alla solitudine e al rimpianto che Marta Abba deve aver provato in quelle ore. L’Arvigo è vera fino in fondo nella sua arte e nel suo lavoro, tanto che quando la raggiungo per un’intervista a fine spettacolo, sta ancora raccogliendo le lettere. Per un momento, vedendola con tutti quei fogli scritti tra le mani, ho ancora l’impressione che sia Marta Abba a parlare. […]
(Carolina Germini - Liminateatri.it, luglio 2019)
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