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43100 Parma (IT)
CINEMA IN CARCERE
Un breve racconto della nostra esperienza
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questa è una foto scattata ieri sera al cinema Astra, mentre gli spettatori mandano un saluto a Claudio, un caro amico dell’Edison detenuto nella sezione di alta sicurezza del carcere di Parma. non sappiamo quale pena stia scontando e nemmeno c’interessa saperlo. prima della proiezione di “Tre manifesti a Ebbing Missouri” abbiamo letto al microfono una lettera in cui Claudio parla di questo film che probabilmente avrete già visto anche voi. prima di riportare qui le sue parole facciamo un piccolo passo indietro. vi porterà via 5’ in un sabato sera d’estate, secondo noi ne vale la pena

da quasi due anni ci occupiamo di un ciclo di due proiezioni al mese all’interno del carcere in un teatro da circa 150 posti, ben attrezzato. l’idea non è di fare un cineforum, ma riprodurre la stessa esperienza di spettatori che viviamo all’Edison: per due ore si spengono le luci e non importa più chi sono, cosa ho fatto o cosa farò, davanti a me scorre un film in cui posso entrare come tutti gli altri. mai ci siamo posti il “problema” di parlare di cinema o vedere un film insieme a questi ragazzi e signori più o meno anziani che sono così gentili da attenderci sempre con entusiasmo e partecipazione. parole che valgono tali e quali per lo splendido personale di polizia penitenziaria, costretto ogni giorno a duri straordinari (sì, anche per permetterci di proiettare). dicevo, guardiamo dei film. quali? un po’ gli stessi che passano all’Edison: dall’emozione della prima proiezione con “Fiore” e la sua ambientazione carceraria, ai ragazzi di colore coinvolti nella visioni di “Moonlight”, fino allo stupore negli occhi di tutti sulla sequenza di apertura di “La La Land” (chiesto a gran voce dai detenuti stessi)

ora dovrei ringraziare le tante persone che ci aiutano ��" a partire da @Giovanni che ci spende il suo tempo ��" oppure provare a descrivere l’emozioni delle luci che si spengono davanti a detenuti e poliziotti seduti vicini mentre parte il film, ma è tempo di lasciarvi a quello che dice Claudio. solo un’ultima cosa. vedete in foto il calore e l’accoglienza da parte degli spettatori dell’Astra. nei 5’ in cui abbiamo spiegato questa cosa, letto la lettera e fatta la foto, c’era anche chi ��" pochi - si è girato dall’altra parte e così è rimasto per manifestare il suo disappunto. legittimo. a questi uomini ��" perché continuo a pensare dentro di me che una donna non lo farebbe mai ��" posso dire che il carcere resta un grande tabù, ma che non c’è niente di emozionante dell’abbraccio con quello che vorremmo rimuovere. si scopre il mondo, si scopre se stessi

<Oggi nella sala-teatro della Casa reclusione di Parma, Michele e Giovanni, ci hanno portato per la proiezione mensile l’ultima opera di Martin McDonagh, “Tre manifesti a Ebbing Missouri”, premiata con due Oscar. Un film bellissimo di cui consiglio la visione.

A partire dall’anno scorso qui nell’istituto di pena si è organizzato un cineforum che permette a noi detenuti di vedere gli stessi film pluripremiati che vengono proiettati fuori, facendoci sentire un po’ meno estranei al mondo, alla società che a volte sembra essersi dimenticata di chi è in carcere. Un mondo solo apparentemente lontano .

Stamane, prima di venire da noi, Michele è stato in una scuola in cui hanno proiettato e commentato lo stesso film, riportandoci il punto di vista dei ragazzi e un certo sconcerto per la complessità della vita svelata da un’opera in cui bianco e nero si confondono. Punto di vista che non può non essere condiviso da chi come me ha visto e vissuto le tante, troppe, contraddizioni dell’esistenza umana. Il film gioca su un registro comico-drammatico e smaschera quelle che siamo abituati a considerare come categorie ben definite: buoni e cattivi, vittime e carnefici, perché in “Tre manifesti” si dimostra come tutti quanti non diventano ma sono già (siamo già) tutto questo insieme.

Un film attualissimo, se si pensa che capita di doversi rivolgere agli organi di stampa per provare ad avere giustizia, che arriva a mettere in scena un mondo estremo, pur con una leggerezza articolata in un umorismo diversamente pirandelliano usato dal regista per desacralizzare, alleggerire, l’insostenibile drammaticità del momento. In questo modo tratta aspetti delicatissimi (la sofferenza, la morte, il razzismo, la violenza) in un modo che colpisce ma non annichilisce. Non urta la sensibilità dello spettatore, incoraggiando riflessioni libere da condizionamenti e pregiudizi. Giungendo alla conclusione, attraverso i passaggi più importanti della trama, che un po’ di serenità può essere trovata non nel perdono ma nella solidarietà e nell’amore: “Non vi sono né peccatori né giusti… nessuna pena e non v’è nessun premio. Un immenso sentimento d’amore pervade tutto il nostro essere. Sappiamo e siamo” (G. Mahler, Sinfonia n.2, “Resurrezione”)


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