Teatro delle Briciole
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Dal 26 Ottobre al 13 Marzo
SERATA AL PARCO 2019-2020
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FORMAZIONE
STATI TEATRALI
Laboratori di pratica teatrale a cura di Elisa Cuppini e Savino Paparella
11 Aprile - 21:00 h.
TEATRO AL PARCO
NELLA TEMPESTA
La scenografia della Tempesta shakespeariana riscritta dai Motus è istantanea e riciclabile: porta una coperta, serve per fare lo spettacolo e verrà donata ai senzatetto. La rilettura di Brave new world di Huxley conduce al capolavoro di Shakespeare e ai tumulti di oggi.
Altre Lingue:     
11 aprile ore 21
Motus
NELLA TEMPESTA
uno spettacolo di Motus
2011>2068 AnimalePolitico Project
Ideazione e regia Enrico Casagrande + Daniela Nicolò
con Silvia Calderoni + Glen Çaçi + Ilenia Caleo + Fortunato Leccese + Paola Stella Minni

Drammaturgia Daniela Nicolò
Assistente alla regia Nerina Cocchi
Ambiente sonoro Enrico Casagrande
Luci, suono e video Andrea Gallo + Alessio Spirli (Aqua Micans Group)

Disegno “Moltitudini” di Marzia Dalfini
Graphic design Maddalena Fragnito
Comunicazione Web Emanuel Balbinot + Sara Giulia Braun + Camilla Pin + Diego Weisz

Organizzazione e produzione Elisa Bartolucci
Logistica Valentina Zangari
Comunicazione e promozione Sandra Angelini
Promozione e distribuzione estera Lisa Gilardino
Sviluppo del progetto e distribuzione estera Ligne Directe / Judith Martin - www.lignedirecte.net

una coproduzione con
Festival TransAmériques, Montréal + Théâtre National de Bretagne, Rennes + Parc de la Villette, Parigi + La Comédie de Reims - Scène d’Europe, Reims + Kunstencentrum Vooruit vzw, Gent + La Filature, Scène Nationale, Mulhouse + Festival delle Colline Torinesi, Torino+ Associazione Culturale dello Scompiglio, Vorno + Centrale Fies - Drodesera Festival, Dro +
L’Arboreto - Teatro Dimora, Mondaino

con il sostegno di ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione) + AMAT + La Mama, New York +Provincia di Rimini + Regione Emilia-Romagna + MiBAC
in collaborazione con M.A.C.A.O, Milano + Teatro Valle Occupato, Roma + Angelo Mai Occupato, Roma + S.a.L.E. Docks, Venezia

motus ringrazia Voina, Judith Malina, Giuliana Sgrena, Darja Stocker, Mohamed Ali Ltaief,
Anastudio, Exyzt, Mammafotogramma, Re-Biennale e tutti i partecipanti ai MucchioMisto
Workshop

La nostra immaginazione utopica si è talmente atrofizzata nell’atmosfera asfissiante di una predicazione apocalittica, che sembra molto più facile immaginare un mondo morente che un mondo migliore. Ma è giustamente quando l’utopia diviene inimmaginabile che è necessaria.
 “Les Sentiers de l’Utopie”, Isabelle Fremeaux e John Jordan, La Découverte, Paris, 2011

Cerco la meraviglia, quel crogiuolo di sentimenti che ti tiene sveglio, che ti fa indossare quello “sguardo scintillante e turbato” di cui parla Pasolini quando con i compagni di università aveva visto per la prima volta la danza delle lucciole… Meraviglia come tachicardia di emozioni che ti fa dimenticare stanchezza, malessere e competizione, che ti possiede e spinge a fare cose che non
prevedi... Ma come? Provo ad andare verso ciò che non so, rischiando lo smarrimento dell’abbandono e continuo il viaggio fra parole di Autori che riescono a sporcarsi del mondo, a scendere a patti con il “fuori” per incidere su chi fa e chi vede, o meglio, spaccare la barriera fra chi fa e chi vede, con “lancinante inquietudine”. E questo è esattamente ciò che accade nella Tempesta di Shakespeare dove tutte le categorie della rappresentazione sono scosse e messe in discussione, dove: “L’azione centrale dell’opera è il tentativo dell’uomo di creare un rapporto con il Reale, del suo sforzo per percepirlo, individuarlo, fissarne i lineamenti e delle difficoltà che incontra, degli inganni che subisce, della fatica e meraviglia, con cui giunge a un grado di conoscenza.”

« How beauteous mankind is!
O Brave New World that has such people in`t! »
William Shakespeare, The Tempest

Mai avrei immaginato che la ricerca fra autori di Science Fiction - perché è su Philiph Dick e Aldous Huxley che inizialmente intendavamo lavorare - ci avrebbe all’opposto catapultato nel ‘600… Ma così è stato, scoprendo che il titolo dell’opera di Huxley, Brave New World, è una citazione di Shakespeare… D’impulso, e senza rete, ci siamo gettati Nella tempesta leggendo e rileggendo quest’opera indefinibile e misteriosa, per scoprire - trasfigurate - infinite coincidenze con le domande che ci avevano spinto a cercare, nelle prefigurazioni future, strumenti per leggere l’incertezza presente… Ci siamo messi in viaggio, consapevoli delle insidie e degli abbagli, ma determinati a perseguire un’idea di teatro che ci scaglia dentro punti caldi del pianeta, per captare forze telluriche e accumulare energie necessarie a vivere “In un mondo in cui non ci si può adattare e a cui non si può rinunciare, as citizens, as society-makers”.
Già dalle prime righe esplode violenta la questione del potere: il tema del controllo e del possesso, su chi può governare, o meglio, sulla necessità stessa della sovranità. Where is the master? Questa domanda rimbalza fra il Re e il nostromo della nave in balia di onde furenti di fronte alle quali le parole di un capo non servono più a nulla… e si fa pertinente anche rispetto allo stare in scena oggi: chi comanda? Chi sa tenere il controllo di un momento teatrale al naufragio come quello attuale? E soprattutto: serve davvero qualcuno al comando? … What cares these roares for the name of King!
Se il potere delle Onde non si governa, è forse più importante allora ricorrere all’astuzia fisica del serfare fra esse, del saper lavorare con l’onda… lasciarsi trasportare per poi fronteggiarla, in solitudine o fabbricando scialuppe. Costruendo insieme per meglio contrastare nuovi tumulti, più livelli di scompiglio e tante altre tempeste, sia sul piano individuale che di sistema: la Macrotempesta economica in cui siamo immersi, sempre riconducibile al tema del controllo e dell’uso sconsiderato del potere finanziario, ma anche l’eterno conflitto fra generazioni, fra padri e figli, già affrontato nel percorso sull’Antigone… E last but not least, la tempesta che sconvolge chi, rovesciando il rapporto tra margini e visione centrale, prova a mettere in discussione il principio stesso del rappresentare nel suo possibile rapporto di sovversione rispetto al reale e al politico.
Da questo punto di vista la nostra tempesta è diventata immediatamente quella di un universo socio-politico tutto da ri-fondare nel contatto con la diversità di un’isola aliena e dello straniero che la abita. L’isola nell’immaginario rinascimentale è l’utopico mondo alternativo all’autorità, all’oppressione, all’usurpazione… limen marginale che può permettere o accogliere un mondo
invertito. La navigazione evoca, come scrive Foucault, “l’artificiere” guida di questo progetto, immagini di marginalizzazione e spostamento o rimozione, basti pensare alle “Navi dei pazzi” o alle disperate “carrette del mare” cariche di viaggiatori-migranti che oggi vanno alla deriva sull’isola di Lampedusa (da molti critici individuata proprio come “possibile isola” scespiriana).
Mettendo in atto un play-within-the-play, Prospero - come Shakespeare - sa che ormai non è più possibile essere soltanto attori o spettatori e questa alternanza o coesistenza di ruoli è indicatrice della incerta, rischiosa, mobilità della vita in una direzione eminentemente politica.
La drammaturgia allora si spezza su più fronti; lo studio dei meccanismi del “controllo dei corpi” ci ha sospinto a sottrarre il personaggio di Prospero dalla scena per collocarlo invisibilmente dietro al monitor di una camera di sorveglianza, o un faro cercapersone.
È “interpretato” da una testa mobile che agisce come un sesto attore sul palco…

I riflettori sono più pericolosi perché accecano con la luce: il cono dei fari cercapersone insegue, fruga, caccia, stana, poi circoscrive e infine uccide ogni desiderio di vita e ogni amor di conoscenza. Ma non per questo dobbiamo credere alla irreversibilità dei processi, a una cupa tempestas che incomberebbe sul presente e ne oscurerebbe completamente il cielo...
Monica Centanni,“Luce rara”.Una lettura politica di Come le lucciole di Georges Didi-Huberman

Nella pagina bianca della scena Ariel/Silvia Calderoni cerca un dialogo con Prospero, ma non lo trova, entra allora in relazione con chi - come lei - fugge la sorveglianza, cerca la liberazione, quindi Caliban e l’inconsapevole Miranda che - nella nostra rilettura - è molto meno “figlia” di quanto sia dipinta nell’opera originale e si fa portavoce proprio di chi sta costruendo strategie d’invisibilità e anonimato libertario, come gli attivisti dei tanti luoghi “occupati” o diversamente gestiti che sostengono questo progetto… È un inevitabile corto circuito con la reale biografia dell’attrice, che è parte attiva del Teatro Valle Occupato. Le tempeste personali degli
attori vengono portate sul palco, sviscerate assieme ai contro-testi che abbiamo “cortocircuitato” con l’opera Scespiriana, primo fra tutti Une tempête di Aimée Césaire dove la riflessione sull’identità, sull’assoggettamento coloniale e sui rapporti di potere viene catapultata nel contemporaneo, o meglio nel contesto delle lotte per la liberazione delle Black Panters degli anni ‘60… L’autore martinicano estremizza il conflitto Prospero-Calibano in una estenuata analisi della relazione di dipendenza “reciproca” che la dinamica colonizzatore-colonizzato genera, sospingendola verso domande più brucianti relative alla “necessità” della lotta e alle forme possibili di resistenza, sempre sul crinale dell’ostica controversia fra violenza e non violenza.
Quindi si fronteggiano “due tempeste” date in pasto agli gli attori, che portano sul palco i loro stessi dubbi interpretativi, anche di riflesso al costante, contraddittorio, rapporto con la regia e Ariel/aiuto regista… Si vanno insomma a intaccare anche le gerarchie di potere del processo creativo stesso in una piccola compagnia indipendente come la nostra: ci è oramai impossibile tener separato teatro e vita, biografie e rappresentazione, tutto entra nel “campo operativo della scena” senza confini, tanto che gli attori stessi, “dentro la tempesta” si domandano cosa è dentro e cosa è fuori, inseriti come sono in un grande Panopticon, dove “ciascuno al suo posto è visto, ma non vede”. Non cercano solo vie di fuga, ma piuttosto forme possibili di permanenza.

Dar credito a ciò che la macchina vuol farci credere significa far vedere solo il buio fitto o la luce accecante dei riflettori, significa agire da sconfitti… Non vedere dunque lo spazio - magari interstiziale, magari intermittente, nomade, collocato in maniera improbabile - delle aperture, dei possibili, dei bagliori, del malgrado tutto.

In tutto questo, la trama - per noi - resta sempre la Rivoluzione, parafrasando il titolo dell’incontro-spettacolo con la straordinaria ottantasettenne Judith Malina del Living Theatre, con cui abbiamo dato avvio al progetto AnimalePolitico nell’estate 2011.
È riascoltando la sua voce che parla della necessità dello scatenare tempeste, non di proteggersi, che si iniziano a riannodare brandelli di memoria e si pianificano piccole tempeste da far esplodere Fuori dal teatro, nella città. Basta rompere l’ordine quotidiano, come trascinare un albero per le strade… e qualcosa succede.
La tempesta è anche un uragano che si abbatte su New York. Sandy. Eravamo là, a fare spettacolo al Living Theatre, quando è arrivata… Black out e assenza di ogni connessione. La tempesta è avere dieci anni e vedere. È un crollo, un incendio, un camion che sfonda i muri di un’ambasciata in Albania, mentre la gente infuriata trascina per strada una statua gigantesca...
La tempesta è scegliere se stare dentro o rimanere fuori.
“Una tempesta è una rivoluzione?” Può rivoluzionare il tempo e lo sguardo di chi guarda, risponde Silvia a Glen...
Sull’isola-palcoscenico è il riappropriarsi del proprio corpo a diventare, come si ascolta da Foucault, la prima utopia realizzabile, il vero innesco rivoluzionario. “E qual è il primo Rifugio per un corpo indifeso dopo un uragano, un naufragio o un conflitto bellico?” ci siamo domandati durante l’Atelier d’Architettura Nomade, a Fies Factory, a cui hanno preso parte vari collettivi d’architetti… La risposta più immediata è stata: una coperta. E la coperta è anche l’oggetto più semplice da raccogliere e re-distribuire nelle città… Abbiamo così individuato “la scenografia” di Nella Tempesta: solo coperte che recuperiamo sul luogo della rappresentazione, visto anche lo stato di “calamità permanente” in cui versa il teatro italiano! Non vogliamo più sprecare denaro in “scenografie morte” ma lavorare con materiali che al termine della tournée (e anche di ogni data) possano poi essere “donati” a spazi e associazioni indipendenti della città stessa che ne hanno reale bisogno. Invitiamo quindi i cittadini-spettatori ad arrivare a teatro portando delle coperte da casa…
Perché non provare a trasformare il contratto teatrale in una formula aperta di reciproco scambio, andando a destrutturare lentamente, dall’interno, la prossemica della relazione tra chi agisce e chi guarda? Proviamo a utilizzare la “temporaneità” dell’evento scenico per creare una Zona Altra a partire dalle nostre stesse esperienze di vita nella comunità nomade, vagabonda,
instabile... e corsara che, in quanto artisti un po’ “sradicati”, stiamo condividendo. Noi, “la Comunità di quelli senza comunità, senza la Noi-Comunità” ci siamo resi conto che la più veritiera forma di condivisione (al di là dell’attivismo politico) è quella che viviamo sul palco, con gli spettatori di ogni città in cui ci spostiamo, nel tentativo di costruire eterotopie temporanee e, perché no, risvegliare i sensi dall’ipnotico incantesimo che ha raggelato il mondo… Prove.

Sta a noi trasformarci in lucciole e riformare in noi stessi una comunità del desiderio, comunità di bagliori, di danze malgrado tutto, di pensieri da trasmettere. Dire sì nella notte attraversata da bagliori, e non accontentarsi di descrivere il no della luce che ci rende ciechi.
(Come le lucciole, Georges Didi-Huberman ).

In quanto “animali politici” creiamo dunque in scena un’esperienza di riappropriazione, sia degli spazi, sia dell’esperienza in sé, sempre immersi “nella tempesta” scespiriana dove, ricordiamolo, non si inscena un mondo che finisce, ma, come scrive Agostino Lombardo nella prefazione alla traduzione italiana, un mondo che comincia.

La tempesta non è quindi un addio al teatro, ma il terreno di una nuova grande proposta teatrale (...) La proposta di un teatro che non sia spettacolo ma esperienza, non imitazione o riflesso o sospensione o fuga dalla vita ma vita esso stesso.

Buon viaggio!

Dopo lo spettacolo gli artisti dialogano con Roberta Gandolfi, docente di storia del teatro contemporaneo dell’Università di Parma.